UdA Italiano classe seconda: il diario.

Sul sito didatticare

è pubblicata l’unità di apprendimento di

ITALIANO per la classe seconda:

Elaborare un diario

della Prof. Maria Luisa Necchi

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UdA interdisciplinare Italiano – Musica classe terza: l’AIDA

Sul sito DIDATTICARE.IT

è pubblicata l’unità di apprendimento interdisciplinare ITALIANO – MUSICA

per la classe terza:

DRAMMATIZZARE L’AIDA

delle Professoresse Maria Luisa Necchi e Annalia Valentini

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UdA Italiano classe prima: imparare a comporre.

Sul sito DIDATTICARE.IT

è pubblicata l’unità di apprendimento

di ITALIANO per la classe prima scuola secondaria:

DALLA OSSERVAZIONE ALLA DESCRIZIONE PER IMPARARE A COMPORRE

della Prof. Maria Luisa Necchi

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Pierini Pescatori

Domenica 14 Giugno

al Lago degli Asinelli di Scorcetoli

gara di pesca alla trota per Pierini Pescatori

per conquistare il 49° Trofeo “Mario Benelli”

e la 39a Coppa “Bruno Necchi”

Raduno alle ore 7.00 presso il Bar Moderno di Pontremoli

Premiazione e sorteggio della lotteria in mattinata a fine gara 

presso il Convento della SS. Annunziata a Pontremoli

PREMI PER TUTTI I PARTECIPANTI!!!

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UdA Italiano classe terza: lettura espressiva.

SUL SITO WWW.DIDATTICARE.IT

È PUBBLICATA L’UNITÀ DI APPRENDIMENTO

D’ITALIANO PER LA CLASSE TERZA:

Leggere con espressività prose d’autore

della Prof.ssa Maria Luisa Necchi.
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UdA classe seconda: letture di paura.

SUL SITO WWW.DIDATTICARE.IT

È PUBBLICATA L’UNITÀ DI APPRENDIMENTO D’ITALIANO

PER LA CLASSE SECONDA:

RICONOSCERE NELLE LETTURE D’AUTORE LE PROPRIE PAURE PER RISOLVERLE

DELLA PROF. ssa MARIA LUISA NECCHI

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Festa di S. Geminiano a Pontremoli.

AL FALÒ D’SAN ZUMIAN

Tanti e tanti anni fa, prima e durante la Grande Guerra le più feste tradissionali di Pontremoli, erano, me dico, San Gemignano e Santantonio Abate, che erano tempi eroici e allora c’era più spirito parrocchiale che adesso al palone, che il più canimento era fare il falò più bèlo fra “Il Sasso” e il “Vaticano”, ovverossia la parrocchia di San Nicolò. I più grandi capitani del falò di S. Gemignano a quei tempi erano Francesco d’Pulidor, Pumpeo e Babin, la quale guidavano la truppa per bochi o all’assalto di quelli del Vaticano, quando taccavano a fare i cassotti perchési volevano bruciare i bochi uno con l’altro il giorno della vigilia perché così per la festa non potevano fare il fuoco. DIGITAL CAMERA
Ecco che un anno, la vigilia della festa, avevano giamé preparato i bochi nel piassale davanti alla chiesa di Santilario che alora era scomunicata, e le sentinelle di San Gemignano facevano la guardia da drento la chiesa.
A un certo momento, che ramai faceva buio, ecco che gatoni gatoni riva su dai Surchëti Severin d’Munarca con una torcia cesa per saltare sui bochi e darci fuoco. Ramai era vicino e stava per fare l’ultimo strapico, quando proprio sulla porta della chiesa, compare Francesco d’Pulidor, vestito da Santilario. Pena Severino vede quell’apparissione, tira un urlo, sbatta via torcia e tutto e tacca a scapare a testa bassa senza sapere gnanca dove metteva i piedi e cammina cammina va proprio a sbattere in braccia al M° Pioli.
Peggio di così non ci poteva capitare! Ha chiappato più sculaccioni lui quel giorno che tutta la quarta elementare in un anno.
Allora quelli di San Gemignano trionfanti hanno scritto sui muri e per terra nel Piagnaro: “Munarca i n’è passà”, “Munarca i n’è passà” e da quella via cambia posto ai bochi e mettili rembati a un fico nell’orto di Baboto.
Ecco, che proprio verso l’una del giorno della festa, le sentinelle non resistevano più alla tentassione e pianta lì tutto per andare a mangiare i tortelli e allora per via del servissio segreto, quelli del Vaticano vienlo a sapere e manda su uno dei suoi più meglio guerrieri, ossia Tugnun d’Buntëmp, il quale arriva di nascosto, dà fuoco ai bochi che taccano a bruciare tutti, insieme col fico e con le viti dell’orto che le fiamme rosse rivavano al cielo, gnanche che era Carlo Ottavo quando bruciava Pontremoli.
Porca miseria, mancavano ancora poche ore al Vespro e non c’era gnanca più un boco o una ciudensa vicina.
Si riunisce d’urgenza il consiglio e delibera lì per lì di andare a prelevare un cassinoto al completo di Pin d’Beloti. Detto fatto, tacca su per il risë e torna indietro, con il cassinoto ancora tutto intero. Mancavano però i bochi da coprirlo e, siccome non c’era più in giro una ciodensa a pagarla marenghi d’oro, va nell’ara di Santin dove che ci avevano arcoiti i rami di olive che avevano scravato, borisci a quelle e tacca a portarle su nella piassetta, ma pena il padrone se ne accorge dà l’allarme e chiama a raccolta tutta la famiglia e giù botte, e allora Pompeo branca un broc, e giù brocate che parevano gransole a tutti quanti e li teneva indietro e da quella via i piagnaroli portavano su le fassine, mentre che i più piccini d’in cima al salto di Bugari, tenevano a bada i padroni della legna fena che si sono trincerati in casa.
Pena finito il Vespro, Pumpeo picca il fuoco e tutti, piccoli e grandi, si mettono a cantare: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Uno di quelli che si divertiva di più era Pin d’Beloti che cantava a squarcia gola allegro come una Pasqua; ma quando, finite le vansie e i rami, tacca a vedersi lo scheletro del suo cassinoto, l’ha riconosciuto di colpo: “Porco cane, iè al më cassinot, brüti rubun dalla miseria! A val dag më al falò, brüti vagabundi!”. Ma nessuno ci dava da mento e, presisi per la mano, ragasse, giovinotti, giovini e vecchi, giravano in torno al falò e cantavano: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Un’altra volta invece volevano andare a pigliare i bochi da Carnëca che aveva tagliato le ciudense pena sopra il ponte nella strada di Dozzano e aveva scravato anche le olive. Frega su il caro mato di Tondina da quattro ruote per il cavallo e fa un mucchio così grosso, ma così grosso di sbransi che quando sono stati lì dal Bisetto, rompisi il filo di ferro che li teneva ligati e arversasi tutti per terra.
Cosa facciamo, cosa non facciamo, alla fine uno pigliasela su e va drento la stala di quei contadini e, slega due vacche e porta via mosi e corda, tutto insieme, e rilega su alla meglio le fassine e portale in castello.
Alla mattina quell’uomo cerca le vacche per mungerle, ma nella stalla non c’erano più, e gira di qua gira di là, alla fine trovale nei castagni che mugnavano e mangiavano l’erba come gnente fosse.
Allora, al Vespro va su da Santilario e ci diceva a quei ragassi: “Al cordë ormai tiravia, ma almen ardém i mosï! cus’an fei antant?”. Ma lori non stavano gnanche a sentire e continuavano a cantare: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!” tutti in giro come quando si canta: “O che bel castelo, matutino, tino tèlo…” e ridevano e cantavano contenti.
L’anno dopo volevano vendicarsi del bruto scherso di quelli di San Nicolò quando bruciarono bochi e fico.
La vigilia di Santantonio, pena che era notte, Pumpeo, Babin e Gin d’Baboto branca su due sacchi di ricci che li avevano presi nella farmacia Ceppellini dove Babin faceva il garsone e vassi a logare sotto le olive in cima Pontremoli, sotto il Castello e lì aspetta aspetta che le sentinelle del Vaticano si stufavano di fare la guardia.
Erano squasi le cinque di notte e nessuno si muoveva.
Ecco che a un certo momento a Grustun taccaci un mal di dente, ma così forte che non poteva resistere e diceva a Salvini e al Vëschët che facevano la guardia insieme: “S’in venum a dèr al cambi, më a vag a let li stess!”. “E resista che ormai ien chi!”. Ma il cambio non veniva e allora tutti e tre chiappa su il due e vacci incontro.
Me dico che non avevano fatto ancora cento passi, che i tre di San Gemignano, svelti come farcheti, erano sui bochi. Pumpeo infilaci la testa drento e con uno sforso alsasi e fa un bèl buco.
Babin meta giù i ricci, sacco e tutto, e Baboto con i solfanelli picca il fuoco e poi via su di corsa, scappa su per quei muri e madoni, che si rampicavano come sguarle.
Non erano gnanca rivati al castello che già era tutto inluminato dal fuoco.
Il guardiano del passaggio a livello dà subito l’allarme e dopo due minuti erano tutti lì, ragazzi, uomini; ma non c’era più gnente da fare.
Bruciava tutto: bochi, platani e fena le stanghe del baroccio di Mascagna e la persiana del guardiano, per via che soffiava il vento della Cisa.
E da in cima al castello i Piagnaroli cantavano: “Ro, ro, ro!”.
“Agnì sü, brüti mustri s’ag éi curagio” e d’in cima continuavano: “Abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Più rabbia di così non ci potevano fare e giura e stragiura di vendicarsi per la festa di San Gemignano. Ma il capitano Pumpeo, cambia strategia e fa mettere i bochi sotto il votone del Vescovo, che nessuno ci aveva il coraggio di fare delle matità proprio in quel posto lì e da quella via che facevano la guardia andavano a grattare le belle ceste di arance, sotto i carri di Ballarin e Baleta e se le mangiavano.
Ramai da quei tempi che ho descritto, sono passati quarant’anni e passa e i capitani sono diventati un po’ vecchi e ci hanno i pensieri per la testa e quei ragassi che vengono su ora non ci hanno quel spirito di una volta. Ma Babin è sulla breccia; a bruciare i bochi del Vaticano però non ci va più, ma quando è la vigilia di San Gemignano e è notte, tacca d’in cima al castello e al richiamo: “Olé, ragassi, andëma!” si tira dietro tutta la gioventù e alla mattina, state pur sicuri che sotto il ponte della Crësa, che piove o che vien la neve, c’è il suo bel mucchio di bochi che brucerà in onore di San Gemignano, patrono di Pontremoli e distretto, e le faville rivano più alte che il campanone.

Da: La Crësa di Bruno Necchi
(Mori Editore, Massa 2013)

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CANTARE LE FIABE: LA CENERENTOLA DI G. ROSSINI.

Sul sito www.didatticare.it

è pubblicata l’unità di apprendimento interdisciplinare di Italiano e Musica per la classe prima:

CANTARE LE FIABE: LA CENERENTOLA DI G. ROSSINI

delle insegnanti

Prof. Maria Luisa Necchi e Prof. Annalia Valentini

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Natale vecchio e nuovo.

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“Babbo, lo facciamo anche noi il presepe vivente?” diceva la Maria Luisa. “Sìi, babbo, facciamolo anche noi quest’anno! È così bello: sempre con quei pastori di gesso sono stufa!”.
“Lo faremo, lo faremo, basta che state sitti!”.
Promettere ai ragassi anche per scherso è la più peggio cosa che uno può fare. Non c’è dubbio che si scordano mai una volta quello che ci hai promesso.
Ecco che qualche anno fa mi ho deciso a farlo.
Sbarassa tutto al completo la cucina e il caminetto e attacca delle tende ai muri per far finta che era proprio una capanna.
“Qui per farlo completo ragassi, bisogna che troviamo prima qualche ragassino che è nato da poco, da far la parte da Gesù Bambino”.
Veramente quello non abbiamo tribolato tanto perché in quell’anno c’erano due o tre nipoti nati di fresco e ne abbiamo preso su uno a caso, che lo abbiamo messo in una cesta con drento dei truccioli.
“Adesso ci vuole uno che faccia il bue e un altro che faccia l’asino” e da quella via mi è scapato guardato Pierino, la quale lui l’ha preso per un riferimento scolastico e ha taccato a stramaledirsi che lui faceva S. Giuseppe o gnente.
“Va bene: tu farai San Giuseppe e la Maria Luisa farà la Madonna e se l’asino non lo vorrà fare nessuno di voi, vuol dire che lo farò io, che l’ho fatto delle altre volte e mi riesce bene”.
Detto fatto, fa uscire tutti i ragassi che s’erano già riuniti in casa, con l’ordine di entrare quando sentivano un fischio e mettisi al lavoro a prepararsi. La Maria Luisa si è messa in testa un fular legato sotto il collo e una gonna lunga della mamma, Pierino un tapeto da tavola che quando stava ginocchioni pareva un mantello orientale e me invece, dato che non ci avevo costume adatto, cercavo di imitare nella voce e nelle mosse l’animale che dovevo rappresentare e via via mi facevo anche una bella ragliata che faceva dare dei sbatoni a Gesù Bambino.
Quando siamo stati belli e pronti, me ho fatto per fischiare, ma mi è uscito per sbaglio un raglio, ma così fatto bene che i ragassi che aspettavano nelle scale dicevano: “Volete scomettere che ci hanno un asino vero!” e non hanno potuto più resistere alla tentassione di entrare subito.
Pena entrati, noi abbiamo fatto la nostra parte: la Maria Luisa aveva piegato la testa da una parte e con le manine giunte pregava sul serio, che pareva una vera Madonnina; Piero invece guardava per terra, un po’ turbato dalla presensa dei suoi cugini; io infine soffiavo sul Bambino per riscaldarlo, mentre la Gemma da una parte storciava un poco la bocca e faceva gli effetti di luce colorata.
Me, a un certo momento, ho alsato la testa per vedere l’effetto che faceva il presepe vivente a quel branco di ragassi, quando, porca balena, non mi sono corto che c’erano a starmi a vedere anche i miei cognati che ridevano sotto sotto. Non sapevo dove logarmi e cercavo di nascondere la testa drento il camino. Poi mi sono alsato lentamente: “Volevo far vedere a questi ragassacci che poco ci vuole a fare un presepio vero”.
Ma in quel mentre la Maria Luisa aveva taccato a recitare la poesia di Natale che nominava il bue e l’asinello, e allora ho dovuto mettermi ancora in gatone e soffiare sul Bambino fintanto che aveva finito.

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Centenario Prima Guerra Mondiale.

CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

1914 – 2014

CASERMETTE

sulle Dolomiti, alle Cinque Torri.

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