Festa di S. Geminiano a Pontremoli.

AL FALÒ D’SAN ZUMIAN

Tanti e tanti anni fa, prima e durante la Grande Guerra le più feste tradissionali di Pontremoli, erano, me dico, San Gemignano e Santantonio Abate, che erano tempi eroici e allora c’era più spirito parrocchiale che adesso al palone, che il più canimento era fare il falò più bèlo fra “Il Sasso” e il “Vaticano”, ovverossia la parrocchia di San Nicolò. I più grandi capitani del falò di S. Gemignano a quei tempi erano Francesco d’Pulidor, Pumpeo e Babin, la quale guidavano la truppa per bochi o all’assalto di quelli del Vaticano, quando taccavano a fare i cassotti perchési volevano bruciare i bochi uno con l’altro il giorno della vigilia perché così per la festa non potevano fare il fuoco. DIGITAL CAMERA
Ecco che un anno, la vigilia della festa, avevano giamé preparato i bochi nel piassale davanti alla chiesa di Santilario che alora era scomunicata, e le sentinelle di San Gemignano facevano la guardia da drento la chiesa.
A un certo momento, che ramai faceva buio, ecco che gatoni gatoni riva su dai Surchëti Severin d’Munarca con una torcia cesa per saltare sui bochi e darci fuoco. Ramai era vicino e stava per fare l’ultimo strapico, quando proprio sulla porta della chiesa, compare Francesco d’Pulidor, vestito da Santilario. Pena Severino vede quell’apparissione, tira un urlo, sbatta via torcia e tutto e tacca a scapare a testa bassa senza sapere gnanca dove metteva i piedi e cammina cammina va proprio a sbattere in braccia al M° Pioli.
Peggio di così non ci poteva capitare! Ha chiappato più sculaccioni lui quel giorno che tutta la quarta elementare in un anno.
Allora quelli di San Gemignano trionfanti hanno scritto sui muri e per terra nel Piagnaro: “Munarca i n’è passà”, “Munarca i n’è passà” e da quella via cambia posto ai bochi e mettili rembati a un fico nell’orto di Baboto.
Ecco, che proprio verso l’una del giorno della festa, le sentinelle non resistevano più alla tentassione e pianta lì tutto per andare a mangiare i tortelli e allora per via del servissio segreto, quelli del Vaticano vienlo a sapere e manda su uno dei suoi più meglio guerrieri, ossia Tugnun d’Buntëmp, il quale arriva di nascosto, dà fuoco ai bochi che taccano a bruciare tutti, insieme col fico e con le viti dell’orto che le fiamme rosse rivavano al cielo, gnanche che era Carlo Ottavo quando bruciava Pontremoli.
Porca miseria, mancavano ancora poche ore al Vespro e non c’era gnanca più un boco o una ciudensa vicina.
Si riunisce d’urgenza il consiglio e delibera lì per lì di andare a prelevare un cassinoto al completo di Pin d’Beloti. Detto fatto, tacca su per il risë e torna indietro, con il cassinoto ancora tutto intero. Mancavano però i bochi da coprirlo e, siccome non c’era più in giro una ciodensa a pagarla marenghi d’oro, va nell’ara di Santin dove che ci avevano arcoiti i rami di olive che avevano scravato, borisci a quelle e tacca a portarle su nella piassetta, ma pena il padrone se ne accorge dà l’allarme e chiama a raccolta tutta la famiglia e giù botte, e allora Pompeo branca un broc, e giù brocate che parevano gransole a tutti quanti e li teneva indietro e da quella via i piagnaroli portavano su le fassine, mentre che i più piccini d’in cima al salto di Bugari, tenevano a bada i padroni della legna fena che si sono trincerati in casa.
Pena finito il Vespro, Pumpeo picca il fuoco e tutti, piccoli e grandi, si mettono a cantare: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Uno di quelli che si divertiva di più era Pin d’Beloti che cantava a squarcia gola allegro come una Pasqua; ma quando, finite le vansie e i rami, tacca a vedersi lo scheletro del suo cassinoto, l’ha riconosciuto di colpo: “Porco cane, iè al më cassinot, brüti rubun dalla miseria! A val dag më al falò, brüti vagabundi!”. Ma nessuno ci dava da mento e, presisi per la mano, ragasse, giovinotti, giovini e vecchi, giravano in torno al falò e cantavano: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Un’altra volta invece volevano andare a pigliare i bochi da Carnëca che aveva tagliato le ciudense pena sopra il ponte nella strada di Dozzano e aveva scravato anche le olive. Frega su il caro mato di Tondina da quattro ruote per il cavallo e fa un mucchio così grosso, ma così grosso di sbransi che quando sono stati lì dal Bisetto, rompisi il filo di ferro che li teneva ligati e arversasi tutti per terra.
Cosa facciamo, cosa non facciamo, alla fine uno pigliasela su e va drento la stala di quei contadini e, slega due vacche e porta via mosi e corda, tutto insieme, e rilega su alla meglio le fassine e portale in castello.
Alla mattina quell’uomo cerca le vacche per mungerle, ma nella stalla non c’erano più, e gira di qua gira di là, alla fine trovale nei castagni che mugnavano e mangiavano l’erba come gnente fosse.
Allora, al Vespro va su da Santilario e ci diceva a quei ragassi: “Al cordë ormai tiravia, ma almen ardém i mosï! cus’an fei antant?”. Ma lori non stavano gnanche a sentire e continuavano a cantare: “Ro, ro, ro, abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!” tutti in giro come quando si canta: “O che bel castelo, matutino, tino tèlo…” e ridevano e cantavano contenti.
L’anno dopo volevano vendicarsi del bruto scherso di quelli di San Nicolò quando bruciarono bochi e fico.
La vigilia di Santantonio, pena che era notte, Pumpeo, Babin e Gin d’Baboto branca su due sacchi di ricci che li avevano presi nella farmacia Ceppellini dove Babin faceva il garsone e vassi a logare sotto le olive in cima Pontremoli, sotto il Castello e lì aspetta aspetta che le sentinelle del Vaticano si stufavano di fare la guardia.
Erano squasi le cinque di notte e nessuno si muoveva.
Ecco che a un certo momento a Grustun taccaci un mal di dente, ma così forte che non poteva resistere e diceva a Salvini e al Vëschët che facevano la guardia insieme: “S’in venum a dèr al cambi, më a vag a let li stess!”. “E resista che ormai ien chi!”. Ma il cambio non veniva e allora tutti e tre chiappa su il due e vacci incontro.
Me dico che non avevano fatto ancora cento passi, che i tre di San Gemignano, svelti come farcheti, erano sui bochi. Pumpeo infilaci la testa drento e con uno sforso alsasi e fa un bèl buco.
Babin meta giù i ricci, sacco e tutto, e Baboto con i solfanelli picca il fuoco e poi via su di corsa, scappa su per quei muri e madoni, che si rampicavano come sguarle.
Non erano gnanca rivati al castello che già era tutto inluminato dal fuoco.
Il guardiano del passaggio a livello dà subito l’allarme e dopo due minuti erano tutti lì, ragazzi, uomini; ma non c’era più gnente da fare.
Bruciava tutto: bochi, platani e fena le stanghe del baroccio di Mascagna e la persiana del guardiano, per via che soffiava il vento della Cisa.
E da in cima al castello i Piagnaroli cantavano: “Ro, ro, ro!”.
“Agnì sü, brüti mustri s’ag éi curagio” e d’in cima continuavano: “Abass San Nicolò, abass al Vaticano, evviva San Gemignano!”.
Più rabbia di così non ci potevano fare e giura e stragiura di vendicarsi per la festa di San Gemignano. Ma il capitano Pumpeo, cambia strategia e fa mettere i bochi sotto il votone del Vescovo, che nessuno ci aveva il coraggio di fare delle matità proprio in quel posto lì e da quella via che facevano la guardia andavano a grattare le belle ceste di arance, sotto i carri di Ballarin e Baleta e se le mangiavano.
Ramai da quei tempi che ho descritto, sono passati quarant’anni e passa e i capitani sono diventati un po’ vecchi e ci hanno i pensieri per la testa e quei ragassi che vengono su ora non ci hanno quel spirito di una volta. Ma Babin è sulla breccia; a bruciare i bochi del Vaticano però non ci va più, ma quando è la vigilia di San Gemignano e è notte, tacca d’in cima al castello e al richiamo: “Olé, ragassi, andëma!” si tira dietro tutta la gioventù e alla mattina, state pur sicuri che sotto il ponte della Crësa, che piove o che vien la neve, c’è il suo bel mucchio di bochi che brucerà in onore di San Gemignano, patrono di Pontremoli e distretto, e le faville rivano più alte che il campanone.

Da: La Crësa di Bruno Necchi
(Mori Editore, Massa 2013)

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2 risposte a Festa di S. Geminiano a Pontremoli.

  1. Maestra Titty ha detto:

    Noi invece a Napoli abbiamo l’usanza di accendere il 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera.😀
    Ciao Maria Luisa!

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