Il mio Natale

 

Ogni volta il Natale mi sembra apparire all’improvviso, ma quando mi rendo conto che siamo ormai lontani dai Santi e il tempo scorre nel freddo lesto lesto verso l’esaurirsi dell’anno, finalmente mi lascio prendere dall’atmosfera che affiora intorno a me ed entro in comunione con l’attesa dell’evento che si avvicina. Le campane che ci richiamano in chiesa, le luci che il paese si prodiga a sistemare lungo le strade e le piazze, le vetrine che sono vestite a festa, mi accompagnano ad entrare nel prossimo Natale e nel ricordo di quelli passati.

Eravamo soliti, io e mio fratello, pochi giorni prima del Natale, recarci nel castagneto sul finire della strada di casa nostra, a prendere l’erba “pecorella” che staccavamo dalla corteccia degli alberi e meglio ancora dalla terra umida dov’era adagiata: io non riuscivo mai a raccoglierne a strati larghi, come mio fratello avrebbe preteso, ma con le mie manine riuscivo a staccarne solo piccoli pezzi, che servivano a malapena per i ritocchi. La posavamo in una cesta di vimini a base rettangolare, un po’ rotta, che la mamma non usava più per la spesa, e la portavamo a casa per allestire il presepe su un letto di muschio, a simulare l’erba dei campi dove si allungano i nostri villaggi.

Nella pineta poco sopra, i ragazzi più grandi andavano a procurare l’albero, perché fosse un pino vero e che trascinavano giù fino a casa, non so come. La mamma ci doveva prestare la vecchia tinozza di terracotta per il bucato, che veniva riempita di terra e lì sistemavamo l’albero.  Non senza litigare, attaccavamo le palline colorate e le candeline di cera, che si accendevano con il fiammifero, e dovevamo stare attenti a che i rami non le coprissero e divampasse qualche incendio… Che profumo di cera e d’incenso che emanava quell’albero! Mai più goduto in altri tempi. Il babbo poi aggiungeva mandarini e caramelle e ricordo che io, golosetta, un anno allungai la manina per prenderne una… ahimè, l’albero cadde con fragore, cosa che fece infuriare mio fratello e che non mi perdonò.

Costruivamo il presepe su uno scatolone piuttosto grande, rivestito tutt’intorno di carta azzurra e stellata, uguale al cielo e nascondevamo bene il filo delle lampadine elettriche in mezzo al muschio, perché sembrassero luci vere: eravamo felici quando guardavamo le casette con le finestre illuminate! Posavamo anche una casa un po’ più grande delle altre, ricoperta di una neve finta che, a toccarla, ci sembrava fredda davvero. Stavamo attenti a non mettere nell’aia, insieme alle galline, tacchini: mio fratello mi aveva detto che al tempo di Gesù i tacchini non c’erano ancora…

Era bello il nostro presepe ed era più grande di quello dei nostri amici; avevamo avuto cura di comperare il Bambinello staccato dalla culla, perché lo avremmo posato solo la notte Santa e nascondevamo i Re Magi, che avremmo aggiunto il giorno dell’Epifania.

Ricordo un Natale davvero speciale, quando lo facemmo vivente e il babbo dovette ricoprire la parte dell’asino, che non condivise molto quando si accorse della presenza, tra i pochi spettatori di famiglia, anche dei suoi cognati. E più tardi, il 6 Gennaio comparve in casa nostra la Befana! Si radunarono tutti i miei cugini ed uno di loro ci disse sottovoce, ridacchiando, che sentiva odore di trote! Per accontentarci il babbo aveva convinto un vecchio amico pescatore a vestirsi da Befana e a portare in un sacco i doni che lui stesso gli avrebbe procurato… Ce ne accorgemmo, ma tutto andò liscio e tutti fummo felici!

Maria Luisa

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